venerdì 21 luglio 2017

Oltre il cancello 2016: La Certosa di Pavia

Domenica pomeriggio. Il tempo così così...ma il sole non si nega del tutto, anche se pallido, riscalda un po' l'aria. Fuori ci sono i colori dell'autunno, poche code in autostrada, niente  turisti stranieri ad assediare i monumenti... e allora, abbasso la pigrizia e usciamo. La meta? La Certosa di Pavia, mai vista prima anche se non è poi così lontana.

Subito mi rendo conto della mia ignoranza abissale quando scopro che la certosa in questione non è a Pavia, ma è tutto un paese ad avere questo nome. Non ho mai avuto occasione di interessarmi particolarmente alle province di pianura della Lombardia e probabilmente mi sono persa tante cose interessanti.
Lasciata la tangenziale di Milano, percorriamo la strada statale, costeggiando un canale, uno dei navigli immagino, utili per l'irrigazione dei campi e un tempo, chissà forse anche ora, per il trasporto delle merci. Piano piano dalle nebbie dei ricordi scolastici riemerge qualche vecchia nozione di geografia...Tra l'altra sponda del canale e la campagna si interpone un sentiero lungo e dritto, ombreggiato da un'altrettanto lunga sequenza di alberi ad alto fusto con le foglie dorate dell'autunno.



Poco prima di arrivare a destinazione si intravvede da lontano il complesso della Certosa che comprende un monastero e un santuario.
La Certosa delle Grazie fu edificata a partire dal 1396 per volere di Gian Galeazzo Visconti , futuro Duca di Milano, che, si dice, aveva promesso alla seconda moglie , nonchè cugina, Caterina, di far costruire in una Villa del Pavese un monastero certosino, se lei fosse morta di parto.

E' probabile che più che dal sentimento cristiano, Gian Galeazzo fosse spinto dal desiderio di affermare la propria egemonia nell'Italia settentrionale e di guadagnarsi la fama di protettore delle arti e della religione.
In effetti la costruzione del complesso richiese più di cento anni, con lunghe pause dovute alle numerose guerre combattute su questo territorio.

Un lungo viale alberato conduce  al vestibolo d'accesso di epoca rinascimentale ricco di affreschi  attraverso il quale si passa nel grande quadrilatero interno.














il portale esterno



Il portale dal lato interno

Su entrambi i lati sono rappresentati due angeli che reggono lo stemma del commitente Gian Galeazzo, con il biscione visconteo e l'aquila reale.



Sulla destra del cortile, lungo 110 metri e largo 46, si trova il palazzo ducale fatto costruire nel 1625 da Frate Maria Richino, per ospitare i visitatori illustri.




Sul lato opposto un'ala del fabbricato con delicati effetti di trompe-l'oeil 




e una sequenza di spazi forse un tempo dedicati alle attività agricole , ma che ora hanno un'aria abbandonata.










Di fronte la splendida facciata della certosa












Una volta varcata la soglia della chiesa numerosi cartelli manifestano il divieto di scattare foto, per non offendere  la sacralità del luogo. Gli interni appaiono piuttosto bui e freddi, interrotti da cancellate che appesantiscono l'atmosfera. Fortunatamente guardando in alto si possono contemplare i brillanti colori delle volte a crociera gotica e della cupola.

Ecco le immagini dal web.








Nella parte destra del transetto si trova la tomba del fondatore della Certosa, Gian Galeazzo Visconti, primo Duca di Milano.




Nella parte sinistra invece si trovano le statue giacenti del Duca di Milano, Ludovico il Moro e di sua moglie Beatrice d'Este, commissionate dallo stesso Ludovico alla morte della moglie, avvenuta nel 1497. Le sculture erano destinate ad essere collocate nella chiesa di Santa Maria delle Grazie a Milano, ma a causa della caduta del Moro nel 1499, il monumento funebre rimase incompiuto. Le statue furono acquistate nel 1564 da Oldrato Lampugnani e portate alla Certosa, ma anche se successivamente posate su un sarcofago rosso, non furono mai utilizzate perchè il Moro morì in Francia e lì fu sepolto, mentre Beatrice è sepolta nella chiesa dei Padri Domenicani a S.Maria delle Grazie a Milano.


 

Fuori dalla Certosa c'è ancora un po' di sole, ma l'aria si è fatta più frizzante. Ancora qualche foto e poi a casa.









Tutto sommato un pomeriggio speso bene, con il rammarico però di non essermi adeguatamente "preparata" per apprezzare fino in fondo la bellezza e il valore di questa pregevole opera d'arte. 







mercoledì 19 luglio 2017

Dentro il cancello 2016 :il giardino di settembre

Le giornate si stanno accorciando e l'aria si fa frizzante specialmente verso sera. Di giorno, se il tempo è bello, il cielo è blu cobalto e i tramonti dipingono di rosso fuoco l'orizzonte. E il giardino?

Il giardino, esauriti gli eccessi dell'estate, si rilassa . Le fioriture terminano serenamente il loro ciclo, gli alberi incominciano a tingersi d'oro e d'arancio e nell'aria si percepiscono nuovi profumi.

Il giardino di settembre è il mio preferito, forse perchè è quello che mi porta il ricordo di un giardino lontano, il giardino della mia infanzia, copiato e riprodotto, per così dire, grazie alla presenza dell'osmanthus e dell'anemone giapponese, l'uno con la sua discreta  fragranza, l'altro per la sua allegra esuberanza.
















Ragioni del cuore a parte, è bene sapere che:

Osmanthus fragrans , già il nome racchiude il pregio di questo fiorellino: un profumo intenso, una fragranza che sembra provenire dal nulla, incredibile e inaspettata, proprio perchè sprigionata da un fiore piccolo.
L'Osmanto, contrariamente ad altri fiori dal bouquet troppo delicato o troppo intenso, presenta un profumo che rinfresca l'aria ma sufficientemente intenso da diffondersi per miglia di distanza. "E' difficile credere che questo fiore sia opera della natura e non della Luna o del Paradiso" afferma il poeta cinese Yang Wanli. Nei racconti popolari, in realtà, questi fiorellini delicatissimi sono legati proprio alla Luna.
Secondo una di queste leggende, l'Osmanto cresceva nel paradiso lunare. Un giorno una divinità che viveva lì si rese conto dei tanti tormenti che gli uomini dovevano affrontare ogni giorno e, per lenire i loro dolori, decise di lanciare i semi di Osmanto sul mondo. Fu così che il distillato di questi fiori aiutò le persone ad alleviare le loro sofferenze. Ancora oggi, l'Osmanto è legato indissolubilmente alla Luna: è proprio in occasione della Festa della Luna, ogni autunno in Cina, che questo fiore viene regalato alle giovani spose come augurio di fertilità e felicità familiare.











e dell'anemone giapponese :

L'Anemone Hupehensis o giapponese è una pianta erbacea perenne vivace, originaria dell'Asia. Presenta foglie abbastanza grandi, di colore verde chiaro, spesse e lucide, che formano bassi cespugli densi. Alla fine dell'estate dai cespugli di foglie si elevano fusti eretti, abbastanza sottili,che portano numerosi fiori con centro giallo o bianco, con 5-6 petali di colore bianco  o rosa in tutte le sue sfumature. In autunno inoltrato la pianta perde la sua parte aerea, che rispunterà la primavera successiva.
Questa pianta dalla coltivazione molto facile, tende ad allargarsi molto, fiorendo con abbondanza a partire dal secondo anno dopo la messa a dimora. Gli anemoni giapponesi non sono molto longevi, ma tendono a fare nuovi germogli. Per uno sviluppo vigoroso è bene tagliare alla base la pianta dopo che i fiori sono appassiti.























 

Oltre il cancello 2016:Eight Days a Week

C'era da mettere in conto che in sala l'età media degli spettatori sarebbe stata intorno ai 70, un dato trascurabile visto che  l'intento per tutti era quello di ritornare a vivere le emozioni musicali di una stagione lontana sì, ma mai dimenticata, grazie anche al talento di quei quattro ragazzi inglesi che nella prima metà degli anni '60 hanno scritto la storia della musica.

Per questo non potevamo mancare il 15 settembre all'uscita del film-documentario diretto da Ron Howard "The Beatles - Eight Days a Week"

 
 
 
 
All'inizio della proiezione qualche perplessità l'abbiamo avuta...una buona ora dedicata alla cerimonia di presentazione ufficiale da Londra, con lunghe interviste in inglese a personaggi per lo più a noi sconosciuti o semplicemente irriconoscibili perchè il tempo è passato per tutti e non bastano dentiere smaglianti a riportarlo indietro....ci faceva temere che lo spettacolo fosse tutto lì.
In effetti qualche benevola risata ce la siamo fatta nel vedere certi personaggi della nostra età con pettinature o abiti del tutto inadeguati alla dura realtà.
Ron Howard non è più quello di Happy Days, of course, e nemmeno Paul McCartney ha più il faccino rotondo da bambolotto;
bisogna riconoscere invece che Ringo Starr, all'epoca forse il meno bello dei quattro, oggi ha un aspetto più gradevole.
Unico neo per entrambi: il colore dei capelli....Ringo non è mai stato COSI' nero e Paul ha un color cockerino del tutto improbabile. Non era meglio rimanere come natura vuole? 
Entrambi erano accompagnati dalle mogli, belle tutte e due: una decisamente giovane, l'altra molto ben conservata.
Delle due vedove: Olivia Harrison veramente bella ed elegante; una donna di classe, mentre Yoko Ono, accompagnata da un badante, sembrava impedita nell'eloquio dalla dentiera...e gli occhialini di un tempo, sulla punta del naso in bilico precario, potrebbero essere un vezzo da dimenticare. Ma tant'è!

Torniamo al film, che racconta la storia della band dagli esordi al Cavern Club di Liverpool nel '62 all'ultimo concerto di S.Francisco del '66.



Attraverso filmati rari e inediti, accuratamente selezionati e restaurati, intercalati da interviste a personaggi particolarmente vicini alla band in quel periodo, Ron Howard ha saputo rappresentare in maniera molto efficace la rapida e straordinaria popolarità conquistata a livello mondiale dai Beatles in un'epoca in cui la comunicazione non aveva gli strumenti di diffusione di cui dispone oggi.
Gli stessi protagonisti sembrano i primi ad esserne stupiti e divertiti quando la misurano nelle tournée all'estero dove vengono accolti da migliaia di fans in completo delirio.
Alla lunga però, alla sorpresa e al divertimento, l'eccesso di popolarità diventa stressante, soprattutto perchè li tiene lontani dal luogo che continuano ad amare di più, lo studio dove nascono le loro canzoni.



Il film, o il documentario se preferite, mette in evidenza il forte legame che c'era all'epoca tra i quattro ragazzi,  il talento naturale che ciascuno di loro riusciva ad esprimere in armonia con gli altri, le decisioni che venivano prese di comune accordo e l'impatto che le stesse potevano avere anche a livello sociale: durante una tournée negli USA, quando i Beatles decisero che si sarebbero rifiutati di esibirsi negli stadi in cui si praticava l'apartheid, di fatto permisero a migliaia di giovani di colore di realizzare un sogno che sembrava destinato a restare tale per sempre.


Un altro aspetto che abbiamo apprezzato è quello di aver tralasciato ogni riferimento alle vicende della vita privata dei protagonisti o alle incomprensioni intervenute negli anni successivi.



Come chicca finale, al termine del film è stato proiettato, completamente restaurato, il famoso concerto del 1965 allo Shea Stadium di New York, compresa la fuga in macchina dallo stadio per sottrarsi al delirio dei fans.


Ci siamo divertite: abbiamo fatto un tuffo all'indietro di 50 anni e abbiamo rivissuto emozioni mai dimenticate.
Ci rendiamo conto, oggi, di essere state giovani nel momento migliore del secolo: dopo la guerra, riacquistata un po' di tranquillità economica, l'Europa aveva voglia di novità, era piena di entusiasmo ed era proiettata verso un futuro che DOVEVA essere migliore. Essere giovani, allora, ti faceva sentire protagonista  del miglioramento, ti faceva sentire importante e ti dava una grande carica. Il centro del mondo si spostava dagli adulti verso i ragazzi ed ogni ipocrisia doveva essere cancellata.
Le cose, poi, sono andate come tutti abbiamo visto, nel bene e nel male, negli eccessi e nelle sconfitte. Ma ciò non toglie che noi, allora, ci sentivamo "vivere" e la musica  ci accompagnava in ogni momento di quella vita. Soprattutto la musica dei Beatles.







 









 













 

Oltre il cancello 2016 : Io sono il sarto

E' stato un po' come un amore a prima vista, quello che ti fa dire voglio conoscerlo, oppure è stato il tono fermo e consapevole con cui si presentava o ancor di più quello sguardo intenso in un volto maschile assolutamente moderno emergente da un passato lontano: è questo che ho provato appena i manifesti della mostra sono apparsi in città.




Nonostante non sia un'assidua frequentatrice di mostre e gallerie d'arte, o forse proprio per questo, avevo preso un impegno con me stessa : dovevo vedere quel quadro. 
Non avevo fretta, a dicembre e gennaio c'erano tante altre cose da fare, preferivo aspettare un momento di calma per gustare quell'incontro.

Chiamatela demenza senile, chiamatela come vi pare, ma quando il tempo si fa corto e ai vecchi la vita ha l'abitudine di riservare per lo più medicine amare, perchè non cercare la gioia nelle piccole cose?
Così , proprio quando il tempo stava per scadere, ieri sono andata a incontrare il sarto.





 Erano anni che non entravo all'Accademia Carrara e grazie al recente restauro è stato davvero piacevole attraversare le sale in cui sono esposti in ordine cronologico numerosi dipinti tutti di pregevole fattura fino ad arrivare alla sala in cui sono raccolte numerose tele di Giovan Battista Moroni e di altri pittori suoi contemporanei.










Certo, al di là del valore universale dell'arte, non si può negare l'orgoglio che  provo quando a creare certi capolavori è un artista nato e cresciuto in questa terra bergamasca, da molti considerata come povera di cultura e d'ingegno.

Il Sarto mi aspettava ancor più bello e affascinante di quanto fosse sui manifesti . Accanto a lui, qualcuno aveva scritto la sua storia , spiegando il come e il perchè del suo successo:

"Tra i ritratti più sorprendenti del Cinquecento europeo, il Sarto raffigura un giovane uomo, elegantemente vestito, che guarda con fierezza verso l'osservatore. Ha in mano le forbici e sul tavolo davanti a lui si vede un panno di stoffa nera segnata dalla traccia del gesso. La fama del dipinto è legata non solo alla sua straordinaria qualità esecutiva, ma anche alla scelta dell'artista di immortalare sulla tela un artigiano, un uomo che esibisce orgogliosamente la dignità del suo lavoro, in anni in cui il ritratto era riservato soprattutto ai grandi protagonisti della storia, a principi e uomini esemplari."
Quando ho lasciato l'Accademia avevo il cuore pieno di serenità e di speranza. Tra poco sarà primavera e tutto ricomincerà a fiorire come è giusto che sia.